Cagli : Visita virtuale della Provincia di Pesaro Urbino : Arte, Storia, Cultura, Prodotti Tipici Dove dormire, Dove mangiare, Cosa fare nella Provincia. Cerca il comune nella mappa e cliccaci sopra .

meteo

 

Provincia
 Pesaro
Altitudine
276 m s.l.m.
Superficie
226,16 km
Abitanti
9.086
Densità
40,03 ab./km
CAP
61043
Pref. telefonico
0721
Codice ISTAT
041007
Codice catasto
B352
Santo patrono
San Geronzio
Giorno festivo
9 maggio
 
tratto

Cagli

CENNI GEOGRAFICI
Cagli è un comune italiano di 9.053 abitanti della provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche.L'ubicazione attuale della città è su di un altopiano stretto dai fiumi Bosso e Burano confluenti al Metauro. Il comune, che per estensione territoriale è il 3º più grande delle Marche e il 95º d'Italia, risulta delimitato verso sud dai monti Catria, Petrano e Nerone e più a nord dal monte Paganuccio che, con il Pietralata, forma le scoscese pareti di calcare massiccio del Passo del Furlo. Dista 51 km da Fano in direzione di Roma.

CENNI STORICI
Cagli, città che sotto il dominio bizantino costituiva nel VI secolo uno dei capisaldi della Pentapoli interna (insieme a Gubbio, Urbino, Fossombrone, Osimo e Jesi) risulta menzionata sia nell'Itinerarium Gaditanum di epoca traianea e sia nel cosiddetto Itinerarium Antonini che riporta gli elenchi delle città e delle stationes poste lungo le principali vie dell'impero romano. Era a 147 miglia da Roma. Più tardi, nel IV secolo, Cale (tale era l'antico nome della città) figura nell'Itinerarium Burdigalense o Hiersolymitanum destinato a pellegrini che da Bordeaux si dirigevano verso la Terra Santa e in quell'itineraria picta che è la Tabula Peutingeriana. Sempre nel IV secolo Servio Onorato, commentando l'Eneide di Virgilio, chiariva il possibile equivoco affermando "Cales civitatis est Campaniae [l'odierna Calvi], nam in Flaminia est, quae Cale dicitur" e precisava che nella Galizia un'altra città portava, evidentemente a seguito della dominazione romana, il nome della Cale posta lungo la Flaminia. Ulteriore corpo alla Cale antica è dato dal ritrovamento di numerosi reperti tra i quali i bronzetti etruschi e italici del IV secolo a.C. scoperti in un santuario pagano nei pressi della città, e tra i quali figura la nota Testa di Cagli (testa di giovane con diadema) conservata nel museo archeologico nazionale delle Marche in Ancona. Nell'atto di donazione del territorio delle due Pentapoli (la marittima e la montana) e dell'Esarcato, redatto per il re dei franchi Pipino il Breve, nel 754, a favore di Santa Romana Chiesa, Cagli è indicata con l'appellativo di città. Parzialmente distrutta dal fuoco, appiccato dai ghibellini durante la cruenta lotta intestina del 1287 finalizzata alla sottrazione del potere civile alla fazione guelfa, sotto l'alta protezione di papa Niccolò IV (e l'intermediazione del cardinale Berardo Berardi) viene, nel 1289, traslata, dalle propaggini di monte Petrano, e ricostruita ex novo nel sottostante pianoro, inglobando gli edifici religiosi e civili preesistenti che ne costituivano il borgo. Sembra che nel 1287, un consistente gruppo di cagliesi di parte guelfa, fuggendo trovasse rifugio e accoglienza a Sassoferrato fondando il borgo di quella comunità. Ben presto la città tornerà ad essere un florido centro, visto che in un registro di pagamento delle tasse alla Chiesa del 1312, sottoposto a revisione a seguito del forte calo demografico dovuto ad una carestia, Cagli era composta da 1.528 famiglie corrispondenti ad una popolazione compresa tra i 6.328 e i 7.119 abitanti. I termini di raffronto sono ricavabili in Fumantes Marchiae secundum antiquum Registrum Camere Romane ecclesie, databile al 1340, dove Pesaro annotata 2.500 fuochi mentre Fano ne conta 4.500. Poco dopo, nelle Constitutiones Aegidianae del 1357, Cagli figura tra le nove città magnae della Marca (insieme per l'odierna provincia di Pesaro, Fano e Fossombrone), che erano precedute nella classificazione da cinque città maiores, e seguite dalle ventidue mediocres, ventisei parvae, tredici minores e dai castra e terrae. Panorama di CagliCostituito nel XII secolo, il libero comune di Cagli, tra i cui podestà figurano gli Orsini, i Colonna, i Baglioni, i Gabrielli, i Montefeltro e i Tarlati, aveva assoggettato oltre 52 castelli snidando la nobiltà rurale e fronteggiando gli abati, senza sottrarsi ad una politica aggressiva che portarono le armi delle sue milizie fin dentro i chiostri delle potenti abbazie. La sua espansione ebbe a seguire i confini della giurisdizione della Diocesi di Cagli che in Greciano (IV secolo) annovera il suo primo vescovo. L'incendio del 1287 appiccato al Palazzo del Comune dai ghibellini appoggiati da Trasmondo Brancaleoni del feudo di Roccaleonella, aveva indebolito la politica territoriale comunale che peraltro dovette sempre confrontarsi con le mire espansionistiche del limitrofo Comune di Gubbio spesso frenate grazie alle alleanze strette con Perugia. La città era, però, rinata nel 1289 con uno straordinario progetto urbanistico (attribuito da Maddalena Scoccianti ad Arnolfo di Cambio) basato su ampie vie che si uniscono in maniera ortogonale. Anche se dovette essere in parte ripensato e non sempre fedelmente rispettato nei secoli, come rammenta lo stesso celebre giurista Bartolo da Sassoferrato quando asserisce che talune strade interne furono ristrette per questioni di difesa, la città entrava nel Rinascimento, condividendo la felice stagione urbinate, con la razionale e anticipatrice geometria del suo impianto urbanistico. Ciò, secondo la tesi di Bresciani Alvarez e Filippini, non dovette passare inosservato agli occhi di quanti animavano culturalmente la magnifica Corte del duca Federico da Montefeltro. Lo spunto a tale ipotesi nasce dall'osservazione che la celebre Città ideale, attribuita al Laurana su disegno di Leon Battista Alberti (conservata nella Galleria Nazionale delle Marche), presenta sullo sfondo un elemento paesaggistico dal profilo talmente caratterizzato da non sembrare fantastico ma decisamente reale visto che combacia con l'altopiano di monte Petrano ai piedi del quale è ancor oggi Cagli con la sua piazza. A questo si aggiunge l'arretramento di parte degli edifici posti sul lato destro della tavola urbinate e che è realmente presente su di un lato della via che fiancheggia il lato destro del Palazzo Pubblico cagliese. Quest'ultima strada veniva, inoltre, a concludersi di fronte ai fabbricati che compongono il monastero di San Nicolò che sopravanzavano nella sede stradale lasciando uno stretto passaggio al posto dell'odierna ampia via del torrione allineata, solo nella seconda metà del Novecento, in larghezza a via Leopardi proveniente dalla piazza maggiore. Il grande edificio a pianta centrale che compare al centro del dipinto, secondo la tesi citata, avrebbe occupato il posto del Palazzo Pubblico che nel 1476 il Comune di Cagli (esattamente un secolo dopo il suo ingresso volontario su piede di uguaglianza insieme ad Urbino nel nascente stato dei Montefeltro) aveva donato a Federico da Montefeltro, il quale si fece carico, in quegli anni, di far eseguire profondi lavori di ristrutturazione a Francesco di Giorgio Martini, l'architetto senese che negli anni ottanta del Quattrocento è in Cagli impegnato per l'erezione della Rocca e del Torrione. Il dibattito su una Cagli destinataria o semplice ispiratrice di un superbo progetto, da leggersi secondo quanto già proposto da Zorzi nel 1976 come una città progettata, rimane ovviamente aperto e quelle che potrebbero apparire come delle coincidenze meritano, per la loro eccezionalità, successivi approfondimenti. Furono soprattutto le manifatture, consistenti in particolare nella lavorazione dei panni di lana e più tardi della seta e nella concia delle pelli, che sviluppatesi notevolmente sotto i duchi d'Urbino sostennero la forte crescita economica della città e conseguentemente costituirono la base per quello culturale, al quale presero parte anche grandi artisti attivi presso la Corte urbinate o uomini di governo a quella legati. La devoluzione del ducato d'Urbino allo Stato Pontificio, del 1631, comporta per Cagli l'inserimento in uno Stato dove le Marche dovranno votarsi principalmente all'agricoltura cerealicola, strategia economica che essendo poco remunerante per le aree appenniniche avrebbe, infine, comportato, a partire dal Settecento, un arretramento economico sempre più consistente delle stesse. L'Unità d'Italia se da un lato accende gli animi anticlericali che vagheggiano un progresso a portata di mano trovano in loco validi spunti nella costruzione della ferrovia Fano-Fabriano-Roma (distrutta e mai più ricostruita durante la seconda guerra mondiale) e del Teatro comunale. dall'altro apre il capitolo delle spoliazioni dei monasteri prima e delle confraternite dopo i cui beni demaniali servirono per l'ammodernamento del Regno. La politica della monarchia sabauda, a differenza di quella pontificia precedente che aveva lasciato ampia autonomia ai comuni, avrebbe ben presto mostrato il volto del "piemontesismo" anche nelle Marche vanificando, con il compimento dell'unificazione amministrativa del 1865, i disegni di decentramento. Durante la seconda guerra mondiale, nel periodo dell'occupazione tedesca e della Repubblica Sociale Italiana, nel territorio del Comune di Cagli trovarono rifugio e protezione alcune famiglie di profughi ebrei, italiane e straniere. In quest'opera di solidarietà, che coinvolse molti abitanti del luogo, si distinsero in particolare la famiglia Alessandri, proprietaria di una pensione sul Monte Petrano, la famiglia Virgili nella frazione di Secchiano, e la madre superiora del Convento di san Nicolò, suor Nicolina Baldoni. L'11 febbraio 1992, l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito l'alta onorificenza dei giusti tra le nazioni ai coniugi Virgilio e Daria Virgili e alle loro figlie Gianna e Mercedes e, il 29 febbraio 2004, a Spartaco Alessandri e sua madre Mimma Alessandri. Alla città di Cagli va affiancata la bellezza del suo territorio appenninico che per molti tratti si presenta pressoché incontaminato e del tutto simile al cuore verde dell'Umbria. È un territorio vasto, dove cresce il prelibato tartufo bianco, quello del comune di Cagli che con i suoi 226 km² è per estensione il terzo delle Marche. Di Cagli, Vittorio Sgarbi nel 1997 scrive che «indipendentemente dal singolo palazzo, dipinto, oggetto, è il fatto di non poterla più rimuovere dalla mente come accade per altri luoghi che sono più facoltativi, li hai visti ma non fanno parte di una memoria essenziale o indispensabile. Invece per me Cagli [.] è diventata una città inevitabile». Più tardi nel 2005, sempre Sgarbi, riferendosi a questa città annota: «Cagli è una città bellissima, con grandi palazzi che nascondono bellezze impreviste, soluzioni architettoniche sorprendenti». In precedenza Edward Hutton, giungendo in treno da Sassoferrato, annotava nel 1913 che «Cagli è la cittadina più deliziosa che si trova fra Fabriano e Urbino, un luogo ombroso, fresco, tranquillo, pieno di edifici interessanti e di belle pitture». Lo stesso precisava che «si viene qui per vedere soprattutto Giovanni Santi, padre di Raffaello, che ha lasciato in Cagli più di un dipinto, e ci si resta per amore del posto». Lo scrittore inglese rimarcava, inoltre, che «la gente è cortese e bella più del comune. È una città piena di belle pitture e in grado di offrire al viaggiatore, oltre le porte urbiche, la vista di paesaggi magnifici e di splendidi monti che l'attorniano da ogni parte» .

DA VISITARE
Architetture religiose Cappella Tiranni Nella chiesa di San Domenico in Cagli è la nota Cappella Tiranni la cui decorazione fu affidata da Pietro Tiranni a Giovanni Santi e che Pungileoni considerava "il suo capo lavoro" indicandola come la "bell'opera che fu l'estremo di sua possa". Tutta la concezione dell'altare elegante ed armoniosa, si direbbe opera del Santi. Nei due tondi dei pennacchi dell'arco è l'Annunciazione mentre nella parete di fondo prendono corpo la Sacra Conversazione e la Resurrezione di Cristo. Al centro di una sapiente architettura la Madonna col Bambino dritto sulle ginocchia, è attorniata da quattro figure di Santi e due creature celesti tra le quali quella con espressione vivace che volge lo sguardo verso il visitatore, è tradizionalmente ritenuta il ritratto di Raffaello all'età di circa nove anni. Lo studio dei guerrieri della scena della Resurrezione ha condotto di recente Fausta Gualdi ad individuare citazioni dell'opera paterna da parte del giovane Raffaello nella predella della Crocifissione Gavari (Lisbona, Museu National de Arte Antiga). La studiosa ha peraltro ravvisato anche precisi rimandi esistenti nella Resurrezione di Cristo (San Paolo del Brasile, Museo) di Raffaello con il fastigio del sarcofago di Battista Tiranni del 1481 posto sotto l'altro affresco di Giovanni Santi presente nella medesima chiesa di San Domenico. Le due opere cagliesi commissionate entrambe da Pietro Tiranni, dunque, testimoniano l'influenza subita dal giovane Raffaello sia attraverso l'assunzione dei primi insegnamenti e sia mediante una sorta di apprendistato visivo generato dalla profonda conoscenza delle opere paterne: ciò sottolinea, perciò, l'importanza di Giovanni Santi per la formazione del figlio. Per una descrizione più dettagliata della Cappella si fa rinvio alla voce Giovanni Santi. Abbazia di San Pietro di Massa Il più antico documento conosciuto che cita un "Johannes abbas [.] monasterii S. Petri de Massa de Monte Neroni" risale al 1115. L'origine dell'abbazia viene però fissata all'anno 830. L'ingente patrimonio accumulato nei secoli porterà però l'abbazia a scontrarsi nel corso del XIII secolo con la politica espansionistica del Comune di Cagli. Pomo della discordia era in particolare il dominio dei castelli di Massa, monte Migliario e Rocca bianca. Così nel 1278, dopo il sacco di cinquant'anni prima, l'armata comunale distruggeva parzialmente l'abbazia, mentre nel 1314 un presidio militare cagliese nell'insediarsi giungeva a scacciare l'abate. L'abbazia perdeva nel XV secolo la sua autonomia. La chiesa abbaziale superstite è oggi sede parrocchiale. All'esterno, incassati nei paramenti murari in pietra, sono vari frammenti dell'antica abbazia. All'interno della chiesa ad aula unica con basse capriate a vista, particolare attenzione merita la pala seicentesca raffigurante la Madonna del Rosario e Santi. Gli spazi di maggiore interesse architettonico sono costituiti dai due locali d'impostazione romanica posti dietro l'altare maggiore. Abbazia di Santa Maria Nuova Non si conosce la data di fondazione dell'abbazia il cui nome, Santa Maria Nuova, si direbbe legato alla ricostruzione della badia il cui periodo più fiorente andrebbe fissato, a quanto pare, alla metà del XII secolo. I monaci si mostrarono alquanto remissivi nei confronti del Comune di Cagli, tanto che fin dal 1217 assoggettarono a tale istituzione il castello di Monte l'Abbate ricevendo in cambio vari favori tra i quali il mantenimento e la difesa militare della fortificazione. L'abbazia perdeva gradatamente la sua autonomia fino ad essere unita alla mensa vescovile cagliese intorno al 1515. Dell'antica badia rimane la sola chiesa il cui paramento murario esterno, specie sul lato sinistro, testimonia vari rifacimenti. Nel retro la chiesa oltre un campanile a vela presenta la grande monofora romanica che il mattino continua nei secoli ad inondare di luce il presbiterio. L'interno ad unica navata si presenta ora con capriate a vista essendo andata distrutta la volta probabilmente a curvatura sull'esempio della chiesa del monastero di Fonte Avellana. I lati maggiori del tempio, oltre la cornice lapidea che rimarca la linea d'imposta della volta, presentano incassate nello spessore delle murature le colonne che sostenevano gli archi delle navate laterali. Della complessa decorazione parietale, oltre le poche tracce nei sottarchi, rimane superstite un frammento d'affresco trecentesco raffigurante la Madonna in trono col Bambino. Il presbiterio, un tempo posto ad un livello più alto, per lungo tempo ha celato la presenza di una cripta la cui volta poggiava su di un'unica colonna centrale. Nel vano semicircolare sono raccolti numerosi reperti lapidei in buona parte d'epoca romana. La chiesa abbaziale è dominata dalla ferrigna mole del medioevale castello di Naro. Basilica Cattedrale La storia della cattedrale di Cagli inizia con quella di Greciano: il primo vescovo della città la cui presenza rimonta al IV secolo. Non si hanno tracce della prima chiesa che fu sede della cattedra vescovile e neppure di quella altomedioevale posta nel recinto urbico dell'antica Cale pentapolitana. Della fabbrica costruita ex novo all'interno della nuova attuale città che si edifica a partire dal 1289, restano invece, nell'odierna costruzione, alcuni elementi significativi come il portale gotico ed la cripta ritrovata con il restauro 1997-2004. Chiesa di San Bartolomeo L'aula della chiesa, che colpisce per il largo impiego delle dorature, ha un elaborato soffitto a cassettoni ideato da Benedetto Ginestra intorno al 1629. Allo stesso artefice si lega la realizzazione dell'altare maggiore, che volutamente non separa l'antico soffitto a cassettoni del coro della chiesa realizzato fin dal 1588. La statua di San Giovanni evangelista, posta di fronte a quella di San Bartolomeo, è opera dello scultore francese Giovanni Anguilla, attivo in Roma agli inizi del Seicento con commissioni di rilievo, mentre le altre vanno ricondotte alla mano di più artisti tra i quali figura il tedesco Francesco Enghiarez. I quattro dipinti, collocati al centro degli apparati laterali, furono donati nel 1699 da Antonia Gucci. L'autore Pasqualino Rossi di Vicenza, vi ha raffigurato (in senso antiorario dalla prima a destra) San Bartolomeo risana la figlia di Polimnio, San Bartolomeo converte Polimnio, il Battesimo di Polimnio, e il Martirio di San Bartolomeo. Chiesa di San Domenico La chiesa fu edificata dai Celestini a seguito della traslazione della città del 1289 con posteriore abside del 1655 e campanile del 1654. Il fronte principale è adorno di un portale datato 1483. L'interno ad aula unica con capriate a vista, mostra al 1º altare a sinistra la seicentesca pala del Miracolo di Soriano di scuola napoletana. A lato dell'altare è il monumento funebre che nel 1481 Pietro Tiranni fece erigere in onore della consorte Battista e per il quale Giovanni Santi (padre di Raffaello) eseguì, con accenti fiamminghi, l'affresco del Cristo nel Sarcofago fra San Gerolamo e San Bonaventura. Il 2º altare a sinistra è la nota Cappella Tiranni opera notevole di Giovanni Santi che il Pungileoni considerava "il suo capo lavoro". Eseguita tradizionalmente nei primi anni novanta (il Santi muore nel 1494) l'opera presenta nei pennacchi dell'arco due tondi con l'Annunciazione, nella parete di fondo sono, invece, la Sacra Conversazione e la Resurrezione. Alla sinistra dello spettatore compaiono San Pietro, San Francesco e un angelo che volge lo sguardo al di là della scena, tradizionalmente ritenuto il ritratto di Raffaello bambino. Al centro è poi la Vergine con il Bambino, che molto risente dell'influsso del Perugino. Infine vanno notate le figure di San Tommaso d'Aquino e San Giovanni Battista il cui volto sarebbe l'autoritratto del Pittore. Sul pavimento le ampolle alludono al sacrificio del Cristo mentre la fiamma della candela indica la possibilità riscattata dal Salvatore, attraverso la fede, della vita ultraterrena che, nella lunetta, è testimoniata dal Cristo risorto. Nel sottarco è, poi, tra angioletti musicanti il Cristo benedicente. A lato del 3º altare, recante stemmi rovereschi, è un frammento d'affresco dell'antica decorazione medioevale della chiesa occultata nel 1576 con uno strato d'intonaco. Al centro dell'abside è una pala barocca del XVII secolo raffigurante la Visione di San Giacinto. Sul lato destro della chiesa la pala dell'altare vicino alla cantoria con organo del 1853 di Carlo Carletti da Fabriano, è la Presentazione al Tempio di Gaetano Lapis. Sul lato sinistro dell'altare entro una nicchia è la cinquecentesca Annunciazione che, per gli evidenti richiami alle opere del Signorelli, è stata attribuita a Girolamo Genga e recentemente a Timoteo Viti e Giuliano Persciutti, quest'ultimo limitatamente alla figura del Padre Eterno della lunetta. Nell'ampia cripta (scala a lato della Cappella Tiranni) è un ciclo d'affreschi di Antonio Viviani (1560 - 1629). Chiesa di San Filippo Nel popolare quartiere di Sant'Andrea (nel quale si inseriva il ghetto ebraico) è l'omonima chiesa oggi detta di San Filippo che, con la sua facciata incompleta, attraverso i lavori di ammodernamento del 1644 e del 1728 assunse l'aspetto attuale, caratterizzato da un'architettura che risente del barocco mitteleuropeo e da una cupola a base ellittica alta 21 m, posteriormente occultata all'esterno da un secondo tamburo con tetto a padiglione. Le due ultime cappelle intercomunicanti, poste, verso il presbiterio, sono adorne di due pale eseguite da Gaetano Lapis. A destra è la Morte di San Francesco Saverio datata 1735 mentre a sinistra è l'Estasi di San Filippo Neri del 1754. Chiesa di San Francesco Nell'omonima piazza con la statua bronzea di Angelo Celli dello scultore Angelo Biancini, posta nel 1959 dinanzi al loggiato del 1885, sorge la chiesa di San Francesco che, edificata tra il 1234 e il 1240 extra-muros, è considerata l'emblema del gotico medioappennico ed è la più antica chiesa francescana delle Marche. L'elegante abside poligonale, dominata dallo slanciato campanile concluso da una guglia in cotto di 12 m di altezza, come peraltro i fianchi corsi da lesene, mostra un ricercato equilibrio cromatico ottenuto contrapponendo ai chiari paramenti in pietra corniola e marmarone, la merlettatura fittile che funge da coronamento. Il portale marmoreo del 1348, con colone tortili e lanceolate alternate a pilastri quadrangolari, reca nella lunetta un deperito affresco attribuito a Guido Palmerucci e raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Francesco e Giovanni Battista. Gli affreschi del vasto interno ad aula unica occultati dalla scialbatura del 1579 riemergono oltre che nella controfacciata nella ritrovata abside duecentesca. Si tratta di un vasto ciclo della quarta decade del Trecento attribuito a Mello da Gubbio e raffigurante uno straordinario consesso di dodici apostoli disposti su sei troni bicuspidati sormontati da angeli con potenti ali arcuate su nuvole saettanti che recano altrettante corone. Nelle vele del catino absidale, entro robuste cornici, sono profeti e patriarchi (di chiaro influsso lorenzettiano) con al centro il volto glabro di San Francesco. Su due delle nove lunette in cui e ripartito il catino, le scene, prive di cornici, si dilatano per dare spazio alla narrazione della Maddalena che riceve la veste da un presbitero e di Santa Margherita della quale resta solo parte del suo emblema: il drago. Nell'aula ai lati del primo altare a destra sono i due frammenti d'affreschi attribuiti all'Antonio Alberti da Ferrara. Ritenuti anteriori al 1438 illustrano gli episodi miracolosi della mula affamata che si piega riverente dinanzi alla particola che Sant'Antonio di Padova pone in ostensione nonché della gamba riattaccata al giovane che se l'era tagliata per autopunizione avendo insultato la madre con un calcio. Nell'altare, al posto della pala di Simone Cantarini trafugata dai napoleonici, è un'opera della prima metà del Seicento dello Schaychis raffigurante il miracolo della neve. Nella nicchia del 1838, che la menzionata pala copre in taluni periodi scorrendo su due binari, è la statua di Sant'Antonio di Padova con Gesù menzionata in un documento del 1794. Nel 3º altare a destra è la Madonna della Neve firmata e datata 1730 da Gaetano Lapis (Cagli, 1706 - Roma 1773) che allude al miracolo che portò all'erezione della basilica di Santa Maria Maggiore. Ai lati dell'arco trionfale sono due delle tre tele (l'altra è sul lato sinistro dell'organo) firmate da Francesco Battaglini da Imola che le eseguì nel 1529. Nel 3º altare a sinistra, poi, è posta la pala di Raffaellino del Colle, databile 1540 che rappresenta la Madonna col Bambino e i Santi Rocco, Francesco, Geronzio, Stefano e Sebastiano. L'opera è considerata come "uno dei più alti risultati del manierismo in tutto il Ducato". Infine, al centro della cantoria, è l'organo cinquecentesco più antico delle Marche attribuito a Baldassare Malamini. Chiesa di San Giuseppe Dietro il Palazzo Pubblico è la chiesa di San Giuseppe (cara alla magistratura cittadina) con una volta a botte riccamente ornata da stucchi manieristici che nel 1635 dovevano essere dorati. Le pitture del Cialdieri, alle quali mise mano successivamente il Patanazzi, raffigurano i momenti fondamentali della vita di San Giuseppe correlati alle figure (re, patriarchi e personaggi biblici) ad altorilievo che, poste entro nicchie, ritmano lo spazio tra le scene dei grandi riquadri. La parte centrale della volta è dominata dalla Carità alla quale, fra telamoni, si uniscono le altre due virtù teologali. Mentre nei due altari laterali della seconda metà del Cinquecento, con ornati lapidei dei cagliesi Angelo e Filippo Finale, sono le statue in stucco di San Giuseppe e dellAddolorata, nell'altare maggiore è lArcangelo Michele del Lapis datato 1764, tra due affreschi seicenteschi di Girolamo Cialdieri. Chiesa di Sant'Angelo Minore Risale all'anno 1362 la concessione fatta dal capitolo Lateranense, in favore della confraternita di Sant'Angelo, di erigere una chiesa e un ospizio. Durante il pontificato di Innocenzo VI (1352-1362) lo stesso capitolo si pronunciava nuovamente sull'edificazione concedendo indulgenze a quanti avessero contribuito all'erezione della chiesa e dell'ospizio. Il fatto che destinatari di tale atto erano anche i pellegrini fa ipotizzare che l'ospizio fosse ad uso di costoro che in gran numero percorrevano la via Flaminia. Il fronte principale della chiesa doveva essere in epoca medioevale interamente affrescato a giudicare da un frammento presente nell'estradosso della volta della loggia del 1560. Articolata frontalmente in tre archi poggianti su colonne di ordine tuscanico innalzate su piedistalli quadrangolari e realizzata in pietra arenaria la loggia, con la sua volta a crociera, rimarca con grande eleganza l'accesso principale. L'oratorio si presenta ad aula unica sormontato da una volta a botte lunettata. Domina la parete di fondo il grande altare con elaborato ornato ligneo laccato e dorato, composto da due possenti colonne salomoniche. Al centro è il Noli me tangere, il più importante lavoro di Timoteo Viti insieme all'Annunciata tra i Santi Giovanni Battista e Sebastiano realizzata per il mausoleo dei duchi d'Urbino. L'opera cagliese è firmata THIMOTHEI D. VITE VRBINAT. OPVS. Nella cromia che assume una profondità gemmea, in quei colori quasi smaltati, sembra riemergere quanto aveva appreso durante il suo tirocinio di orafo presso la bottega bolognese del Francia. A proposito del dipinto cagliese il Pungileoni lo definiva "per lo stile e pel colorito raffaellesco [.] uno de' più mirabili prodotti dell'arte" e "nella persona del Nazzareno [.] le forme del nudo sono incomparabili, ed al primo colpo d'occhio le diresti sporgere dalla superficie". L'opera viene datata al 1512-13, dunque al periodo antecedente la collaborazione romana del Viti con Raffaello nella cappella Chigi a Santa Maria della Pace. Chiesa di Santa Chiara La chiesa di Santa Chiara con campanile concluso da un cupolino a cipolla fu costruita nel XVIII secolo. L'interno, impreziosito da un imponente altar maggiore marmoreo, derivato da un modello presente nella chiesa dei gesuiti a Roma, con pala di Giovanni Conca del 1739, reca un affresco raffigurante la Gloria di Santa Chiara e le martiri Santa Barbara, Sant'Orsola, Santa Cecilia, Sant'Agnese, Santa Margherita e Sant'Apollonia di Gaetano Lapis. Sul presbiterio a tarsia marmorea, entro una raggiera dorata, è la Madonna del Ponte di Giannandrea Lazzarini (1710 - 1801). Nell'altare laterale a sinistra la pala datata 1572 e firmata Lucio Dolci da Casteldurante, con i modi del manierismo metaurense raffigura la Natività di Maria. Chiesa di Santa Maria della Misericordia È la chiesa dell'omonima confraternita che vi ha sede fin dal 1301. Il robusto portale del fronte principale, con portone datato 1537, è dominato da un affresco con la Madonna della Misericordia databile al XVI secolo. L'interno presenta nell'altare maggiore il gruppo in terracotta policroma della Madonna della Misericordia sormontato da un baldacchino quattrocentesco poggiante su colonne con decorazioni affrescate, nelle cui vele sono I quattro Evangelisti erroneamente attribuiti ai Salimbeni. Per i due altari laterali Claudio Ridolfi, probabilmente intorno al 1625, dipingeva la Strage degli Innocenti e la Vistazione. Al Cialdieri, allievo del Ridolfi, si deve nel 1634 la predella dell'altare a sinistra della Strage degli Innocenti. Quest'ultimo tema era particolarmente caro alla Confraternita che in locali adiacenti alla chiesa provvedeva alla cura dei trovatelli detti esposti. Lungo le pareti grandi porzioni d'affresco provenienti dall'estradosso della volta raffigurano il Compianto sul Cristo morto, la Crocifissione e il Martirio di Sant'Apollonia quest'ultimo, databile al 1455, è attribuito al maestro Jacopo Bedi, allievo del Nelli. A Benedetto Nucci si deve, poi, nel 1539 l'esecuzione dello stendardo rappresentante su di un lato San Biagio in trono e angeli e dall'altro l'Incoronazione di Maria e confratelli della Misericordia. Poco lontano da questa chiesa è da un lato l'ex convento dei Padri Zoccolanti con la chiesa di Sant'Andrea che custodisce il Crocifisso ligneo del 1630 intagliato, dalle forti espressioni, e firmato da fra' Innocenzo da Petralia Soprana. Dall'altro, lungo via Pian del Vescovo, è il monastero di clausura delle Benedettine con la chiesa di San Pietro con opere del Lapis. Santuario di Santa Maria delle Stelle Il Santuario di Santa Maria delle Stelle, eretto dal Comune di Cagli nel 1495 attorno alla celletta dove apparve il 22 luglio 1494 "nostra Signora Beatissima V.M.", ha una pianta a croce greca di precoce derivazione dal modello che nel 1485 Giuliano da Sangallo utilizza a Prato per la chiesa di Santa Maria delle Carceri e che costituisce in tal senso la prima esperienza rinascimentale. Il tema della croce greca è in quegli anni particolarmente vivace poiché è la pianta centrale che Bramante propone agli inizi del Cinquecento per la maggiore chiesa di Roma e della cristianità: San Pietro. Il monumentale Santuario cagliese, seppure privo dell'ampia cupola demolita già nel 1712, ha quali elementi di maggiore pregio la notevole architettura che molto si giova dei candidi paramenti in pietra finemente lavorati che si stagliano cromaticamente contro i prati circostanti nonché la celletta con fregi federiciani e affreschi trecenteschi del Maestro di Monte Martello. Affreschi, questi ultimi, la cui cifra stilistica rafforza la triangolazione Cagli-Gubbio-Fabriano con il Maestro di Campodonico di Fabriano e il Palmerucci di Gubbio e ancor di più Mello da Gubbio il cui capolavoro è nella chiesa duecentesca di San Francesco di Cagli. All'interno del Santuario, con le alte volte a botte, è l'antica "Celletta" o "Maestadella" che in seguito al miracolo del 1494 fu inglobata nel Santuario. Qui sono gli affreschi dell'artista conosciuto come il Maestro di Monte Martello la cui voce, afferma il Donnini "si leva altissima fra quante animarono il movimento proscenico della pittura regionale del Trecento". La chiesa mostra tracce di ulteriori affreschi, in buona parte cinquecenteschi, da poco tornati alla luce nella loro interezza e perciò largamente inediti. Architetture civili Ponte Mallio Il nome a questo ponte deriva da un'iscrizione falsa ove era citato il personaggio M. Allius. Il manufatto, costruito all'inizio dell'epoca repubblicana, si presenta come una delle opere romane più imponenti di quelle esistenti lungo il tracciato della consolare Flaminia. Il grande fornice centrale (11,66 m) è composto da 21 cunei e sormontato da un cordolo aggettante. Risulta in parte ancora interrato come l'altro più piccolo posto dopo la serie dei possenti contrafforti. Tecnicamente il ponte è stato costruito mediante la sovrapposizione a secco di grandi blocchi (superiori anche al metro cubo) in "breccione", localmente noto come pietra "grigna", di cui un'antica cava si trova lungo la Flaminia, poco dopo la località Foci. La parte in conci di pietra corniola, disposti a filari regolari, risale ad un successivo intervento di restauro che si ipotizza sia avvenuto all'inizio dell'epoca imperiale. Teatro comunale Il Teatro comunale fu edificato tra il 1871 e il 1876 su progetto di Giovanni Santini da Perugia (autore del Teatro Civico di Orvieto e quello di Narni) parzialmente modificato dal bolognese Coriolomo Monti. L'edificio è l'apoteosi dello stile eclettico, e le decorazioni interne, opera di Alessandro Venanzi da Ponte San Giovanni di Perugia (1839-1916) sorprendono lo spettatore tanto per il fasto dell'insieme quanto per la loro eleganza e qualità dei dettagli. La sala degli spettacoli, con i palchi disposti a ferro di cavallo, è sormontata da un'ampia volta con, entro cornici esagonali, le figure allegoriche delle sette arti liberali. Dello stesso Venanzi è il sipario che si rifà all'episodio storico del 1162 quando l'imperatore Federico Barbarossa, dopo aver conquistato la guelfa Cagli, conferisce poteri di governo sulla città di Perugia a Ludovico Baglioni. Torrione Opera autografa di Francesco di Giorgio Martini il Torrione, che si stava costruendo nel 1481 insieme con la Rocca romboidale, appartiene al fecondo periodo di transizione quando artisti della fatta del famoso architetto senese sperimentavano nuove soluzioni di architettura militare per fronteggiare l'impiego sempre più massiccio delle armi da fuoco. Il Torrione si salvò dallo smantellamento della Rocca operato nel 1502, prima della seconda invasione del Ducato di Urbino da parte del Valentino. Ancor oggi è collegato con il suggestivo "soccorso coverto" (lungo camminamento segreto sotterraneo) ai ruderi della Rocca sui quali sorge, dal 1568, il convento dei Padri Cappuccini. Dal Torrione si intravede la duecentesca porta urbica turrita detta porta Massara, e il vasto monastero di clausura delle domenicane con la chiesa di San Nicolò profondamente modificata nella prima metà del Settecento e ricca di opere di Gaetano Lapis. Palazzo Berardi Mochi-Zamperoli Nella seconda decade del Seicento il monumentale edificio gentilizio era già indicato come il palazzo di Anton Francesco Berardi. I Berardi, discendenti degli Acquaviva, nel Duecento con il Cardinal Berardo Berardi avevano svolto un ruolo determinante nella rifondazione della città. Sua Santità Papa Niccolò IV, il francescano Girolamo Masci d'Ascoli Piceno, in virtù dello stretto legame di amicizia con il cardinal Berardi prese a cuore la ricostruzione della nuova città semidistrutta dall'incendio appiccato dai ghibellini. Estinto il casato dei Berardi il nuovo assetto proprietario è rilevabile anche dalla narrativa della controversia sulla sostituzione della rampa con i due gradini dell'ingresso del Palazzo su piazza San Francesco a causa delle nuove quote. Infatti, nella delibera consiliare comunale del 18 giugno 1827 è fatto riferimento a "la Ratta [rampa] che esisteva avanti il Portone del palazzo una volta Berardi ora de' Nobili Signori Fratelli Agostini Zamperoli". Successivamente la figlia di Luciano Agostini Zamperoli, di nome Amelia, il 24 settembre 1849 contrae matrimonio col nobile Liborio di Sante Mochi. Da quest'ultima unione coniugale discendono i Mochi Zamperoli i quali nel 1997 hanno ceduto l'intero edificio alla Provincia di Pesaro e Urbino. Si tratta di uno dei più vasti e preziosi palazzi gentilizi di Cagli eretto su preesistenze medioevali dal ramo più facoltoso dei Berardi. Il livello culturale ed economico dei membri del casato committente spiega la monumentalità di tale fabbricato che costituisce a tutti gli effetti il maggiore e più compiuto esempio di architettura civile seicentesca nella città di Cagli. La parte medioevale di notevoli proporzioni inglobata nell'attuale fabbricato era ben visibile sul fronte di via Lapis. Di Anton Francesco Berardi, committente del Palazzo, nel 1639 il Bricchi scriveva che "con la peritia di belle lettere, e di quasi tutte l'Arti liberali, istitutore, e conservatore d'una nobile e dotta Accademia, quale d'ogni mese tiensi nel suo adorno Palagio di sua architettura fatto". Ma il Palazzo dovette positivamente risentire anche del fatto che nel Settecento fu abitato dall'architetto Anton Francesco junior al quale vanno ricondotte nel Settecento numerose e importanti fabbriche spesso in collaborazione col Murena che opera a stretto contatto con il Vanvitelli. Nella prima metà dell'Ottocento, sotto gli Agostini-Zamperoli, furono realizzati ulteriori lavori diretti da Michelangelo Boni, allievo del Valadier, e dei quali da nota il Maestrini quando assegna proprio al Boni "Ristauri interni ed esterni del Palazzo Agostini Zamperoli". L'ampio fronte principale del palazzo è articolato dalla presenza di un grande portale in pietra corniola sormontato da un balcone, che colpisce per le sue dimensioni. Le finestre della facciata principale sono riccamente ornate con grandi mascheroni e ghirlande. Tutte le sale del piano nobile hanno volte in buona parte a padiglione. La più interessante è quella lunettata con stucchi ed affreschi secenteschi da tema muliebre nei quali è riscontrabile un'eco baroccesca. I numerosi affreschi, in particolare quelli seicenteschi tanto del piano nobile quanto del pianterreno (mai studiati nel corso del Novecento per l'impossibilità di accedere al Palazzo), i portali, i camini marmorei e la felice architettura dell'intero complesso fanno di tale edificio uno straordinario fabbricato monumentale. Il Palazzo, il cui restauro è pressoché concluso, sarà sede del Polo Bibliotecario e Archivistico della città di Cagli. Palazzo Felici I Felici, che discendono dai Bandini originari di Lucca, si erano stanziati a Piobbico con Corrado intorno al 1330. A fare tale affermazione è il celebre medico e naturalista Costanzo Felici, che chiudeva i suoi giorni a Pesaro il 15 febbraio 1585 senza lasciare alcuna discendenza maschile in quel castello. Delle figlie sposate, nate dal matrimonio con Virginia Brancorsi di Rimini, Emilia si era unita al medico Fabrizio Simoncelli di Cagli. Nonostante le varie unioni matrimoniali che vi erano state fin dal XV secolo tra i Felici e nobili cagliesi, il primo ramo che prende residenza stabile in Cagli è tuttavia quello di Fabrizio II Felici. Di tale famiglia, composta di giuristi e uomini d'arme di spicco, se ne ha una descrizione da un atto comunale cagliese del 6 giugno 1640, con il quale si attesta "che le famiglie de Signori Felici e Berardi di questa Città sono antichissime, e nobilissime per le quali qualità hanno sempre goduti tutti gli honori, et essercitate quelle cariche solite à darsi à maggiori, in riguardo delle loro nascite". Il palazzo, stando alla Mappa della Città di Cagli del 1858, era passato in proprietà ai Romiti dai Felici Giunchi. Solo in seguito parte di tale edificio divenne proprietà dei Balloni. L'altra parte del palazzo venne acquisita dal nobiluomo Lorenzo Mochi figlio di Onesto di Sante, con atto notarile del 1926. L'edificio gentilizio si presenta imponente con un ampio giardino posizionato nella parte retrostante. Nel timpano di uno dei più elaborati portali della città è lo stemma dei Felici. Nel grande salone galleria sono in particolare due grandi stemmi che testimoniano l'unione matrimoniale di un Felici con una nobildonna discendente dei Berardi e dei Giunchi di Urbino e dei Marcelli. Nel piano di rappresentanza del palazzo le sale che si susseguono sono sormontate da ampie volte a padiglione decorate. Palazzo pubblico Piazza Matteotti, l'antica piazza Maggiore, risulta dominata dalla severa mole medioevale del Palazzo pubblico da sempre sede della magistratura cittadina. L'edificio, al quale fu accorpato il palazzo del Podestà, fu donato nel 1476 dal comune di Cagli al duca Federico da Montefeltro il quale ebbe a commissionare, a Francesco di Giorgio Martini i lavori di trasformazione che, mai completati, gli conferirono l'aspetto attuale. Di questo periodo è lo spostamento al livello di calpestio dell'antico ingresso fortemente rialzato, l'abbattimento della merlatura e l'erezione di un'ampia loggia della quale restano solo i peducci nonché la partizione interna degli spazi del pianterreno. Il fronte principale è dominato dal campo dell'orologio datato 1575, opera dei lapicidi cagliese Scipione e Giambattista Finale. A lato dell'odierno disadorno ingresso sono delle unità di misura (canna, braccio e piede) alle quali si affianca il tronco scavato di colonna all'interno del vestibolo, datato 1548. Nella lunetta della parete di fondo è l'affresco, databile 1536, della Madonna col Bambino, San Michele Arcangelo e San Geronzio attribuito al pittore cagliese Giovanni Dionigi. Verso l'esterno, il passaggio ricavato al di sotto dell'affresco, è impreziosito da un prezioso portale quattrocentesco con, a bassorilievo, i simboli federiciani. Da qui si accede al cortile, al centro del quale è la scultura contemporanea Ordine cosmico di Eliseo Mattiacci, che consente, tramite lo scalone incompiuto, di salire alle carceri oppure di accedere al Museo Archeologico e della Flaminia sistemato negli spazi del duecentesco palazzo del Podestà. Al centro di Piazza Matteotti è la fontana eseguita nel 1736 da Giovanni Fabbri su disegno del cagliese Anton Francesco Berardi collaboratore di quel Carlo Murena, che subentrò al Vanvitelli nelle fabbriche della città dorica. Palazzo Preziosi Brancaleoni Il palazzo fu commissionato dal giureconsulto Luca Preziosi che oltre ad operare nell'università degli studi di Siena e Padova è nel 1471 in Firenze a servizio della Repubblica. Amico di San Bernardino, fu ritratto con il Santo in un affresco andato perduto. Sul finire del Settecento il palazzo era di proprietà dei Loreti dei quali Giuseppe sposava nel 1810 Virginia sorella di Pio IX, il quale nel viaggio per partecipare al conclave, che lo avrebbe elevato al trono di Pietro, ebbe a soggiornare in Cagli. Congedandosi dal cognato che formulava espressioni augurali, il cardinale Mastai Ferretti, scettico rispondeva, "di questo legno si fanno i fusi". La facciata del palazzo richiama il bugnato rustico del piano terreno del palazzo dello Strozzino a Firenze che Palla Strozzi fa realizzare negli anni 1425-34 su disegno di Michelozzo. Il bozzato è qui realizzato a filari di pietra bianca alternati a quelli rosati. La facciata che è corsa da due marcapiani è stranamente priva del coronamento che doveva essere un robusto cornicione. Stando alla descrizione seicentesca del Bricchi il fronte principale recava due sedili il che spiegherebbe la mancanza di un'elaborata fascia di raccordo tra il piano di calpestio e il bozzato. Palazzo Tiranni-Castracane Il fronte principale del cinquecentesco Palazzo Tiranni - Castracane è rimarcato da un robusto cornicione a cassettoni e da un portale rusticato nel cui timpano è lo stemma della Santa Casa di Loreto che lo ricevette quale lascito ereditario nel 1590. Fu la Santa Casa, che assolto fino al 1631 l'onere di tenere il palazzo aperto ai duchi d'Urbino, lo cedette nel 1642 ai Felici ai quali, nel 1646, subentrarono i Castracane. Al primo piano, oltrepassato il grande portale lapideo con stucchi del Brandani e stemma lapideo posteriore dei Castracane, si accede nel salone d'onore con monumentale camino per la cui alzata in stucco, datata 1571, Federico Brandani raffigurò, entro il grande riquadro centrale, la Fucina di Vulcano. Alla felice mano del Brandani si deve nel 1555 l'elaborato ornato in stucco di una delle volte del piano nobile con scene tratte dal repertorio antiquariale come nel caso dei lunghi bassorilievi con Trionfi di Condottieri. Vi sono anche cammei d'intonazione classicheggiante che rappresentano le quattro stagioni, scene mitologiche e complesse allegorie come nell'ovale centrale ove compare la Vittoria alata. Nei due portali Brandani pone le lettere "F E V" che alludono al committente poiché attengono a Felice Tiranni episcopo urbinate. Del Brandani è pure l'alzata del camino della stanza accanto, privato della caminiera marmorea. Il palazzo è destinato a sede del Museo Civico e del Museo della Diocesi di Cagli.

Turismo Provincia Ancona Provincia Ancona Turismo Provincia Pesaro Urbino Provincia Pesaro U. Turismo Provincia Macerata Provincia Macerata Turismo Provincia Fermo Provincia Fermo Turismo Provincia Ascoli Piceno Provincia Ascoli P. Turismo Provincia Teramo Provincia Teramo Turismo Provincia Taranto Provincia Taranto Turismo Provincia Lecce Provincia Lecce